Dicono di me


                                                                                                       (foto di Giancarla Tazzari)

                                     

 (dalla motivazione per “La Provincia dei Cani” –Premio Casentino, 2016)


È un poeta, Citton, che – pur defilato dai centri del dibattito letterario – godeva già di una giusta considerazione presso critici avvezzi a leggere le cose in profondo.
Uno dei pregi del libro odierno consiste nella capacità di amalgamare ogni materia (dalla più aneddotica alla più meditativa) e ogni tono (dalla desolazione all’ironia) per mezzo di uno stile esemplare che si giova di una invidiabile competenza tecnica. Si fatica a isolare un componimento che faccia spicco, in una raccolta che non ha punti deboli. Non c’è motivo dello scialo quotidiano, della memoria o del problematico avvenire che non ispiri a Citton – ai suoi ipermetri e ipometri che si alternano ai sapientissimi endecasillabi – un bilancio, una deduzione complessiva, convincente nei suoi passaggi dalla riflessione all’immagine e viceversa.
Se dovessimo scegliere qualche singolo esempio, ci soffermeremmo sul rapporto che lega l’autore alle sue pagine materialmente intese (“sciame di parole “, “pagine e pagine in cerca di poesia”), carte sempre e drammaticamente a rischio di consunzione e cancellazione, ma tratte in salvo, finora, grazie alla sicura e icastica pronuncia di Citton.

                                                                                               Silvio Ramat
  


                                                                                     (per “La Provincia dei Cani”)

Non è un poeta consolatorio il Nostro, perché non ama mascherare la realtà, ma dal proprio 'idiocosmo', castra le facili illusioni dato che, giocando con sorniona ironia, mette in risalto la precarietà della condizione umana, oppure, illuminando sfumature, apparentemente insignificanti, richiama simbologie che rivelano antiche dimensioni culturali e ci conduce a riflettere sulla nostra condizione, che è marcata fondamentalmente, secondo lui, dalla in-securitas: cioè dalla mancanza totale di riferimenti confortanti. Egli così ci invita all'imperterrito esercizio razionale, ma anche al saper godere di ciò che mente e sensi possono offrire. E proprio della sua poesia è la intensità e complessità della parola, la musicalità dei suoni e l'eventuale rivelazione offerta all'essere.

                                                                                            Graziano Pampaloni
 

 






                                                                                              (per  “In forma chiusa”)

Gian Citton ricorre a due misure coordinate e ampiamente testimoniate fino a tutto il Novecento, quali il sonetto e l’endecasillabo. Naturalmente non le assume in modo passivo, piuttosto nella veste di contenitori dati, a volta a volta da variare e deformare,da citare ironicamente e svuotare di senso o da esporre invece come cornici autorevoli di poesia, in grazia di un’abilità e di una duttilità tecniche che indicano nell’autore prima di tutto un lettore raffinato; poi un modulatore bravo come pochi a far integrare silenzio della scrittura ed oralità esposta di una o più voce sorprese per così dire in atto. […] In realtà la sostanza macro strutturale del libro rivela immediatamente la natura di un rito. Nel momento in cui affianca al mondo,all’autenticità del suo dolore e del suo peso, ciò che invece accade entro la cornice di una messinscena da melodramma, Citton ricuce insieme il destino cerimoniale dell’esistere amoroso, intellettuale, sociale; e l’abbattimento di quella quarta parete tra palcoscenico e realtà, passato e presente che è lascito tutto novecentesco.

                                                                                            Alberto Bertoni


 


                                                                   (per “Indovinare il Mare”)

In questa raccolta la poesia di Gian Citton è aspra, dura e tormentata per il trascorrere del discorso dall’immagine, dall’esperienza, dall’episodio del vivere all’estrema difficoltà e profondità della riflessione, del giudizio, della serena verifica del vero. […] La riflessione trapassa alla visione e si alterna alla consapevolezza della abitudini più semplici e affettuose della vita che, tanto spesso nella poesia di Citton, aprono la rappresentazione poetica per poi cogliere nel modo più alto lezioni e verità delle esperienze della mente.

                                                                                  Giorgio Bàrberi Squarotti







                                                                    (per “Devozioni musicali per vecchi fan”)

Gian Citton, poeta pieno di grazia e dignità, con la sua cultura ricca e vibrante, si avventura a captare e rilanciare nei versi la lingua ingovernabile della musica, col viatico proustiano della piccola frase nella sonata di Vinteuil.
         Poetare sotto l’effetto della musica, infatti, è mai possibile senza eseguirla in versi, senza ricantarla? In un dettato chiaro di significanti, nella sintassi distesa, nel ritmo degli endecasillabi leggeri, Citton rinuncia con sollievo al senso ultimo e alla chiusa, perché nella musica, specie in quella classica, e cosiddetta strumentale, la sostanza è vaporizzata, sempre mobile e galleggiante in verità che svaniscono nell’atto di apparire.
[…]
Citton non ha inteso fare poesia sulla musica, né rendere omaggio o tributo all’arte dei suoni, ma solo ha chiesto a quest’arte di farsi tramite, pretesto: musica come veicolo della memoria, rifugio del sentimento, ebbrezza emotiva. Solo così forse poesia e musica hanno trovato in questa chiave un punto di contatto a stimolare la sua sensibilità, a dare impulso alla sua ispirazione.

                                                                                           Enrico Capodaglio



                                                                                (per “Ancora co Catulo in Cornaróta”)

Citton, proponendo una scelta di 60 testi da tutte le nugae di Catullo, dedica energie alle poesie d'amore per Lesbia, ai com­ponimenti d'occasione legati alla cerchia degli amici, a quelli sarcastici e provocatori, caratterizzati da aggres­sività e da oscenità esibita. Come comprensibile, egli si avvicina più al Catullo feriale che al poeta dei carmina docta, e al lessico artificiale e aulico predilige quello del sermo familiaris (e vulgaris). Ciò che regola il suo dialo­go con Catullo è soprattutto un meccanismo di trasposi­zione e, ad un tempo, di assimilazione culturale, che re-immette l'autore classico nel circuito vitale della poesia, attraverso la mediazione del feltrino. […]
Il contributo di una cultura minore si rende così disponibile al pubblico italiano e dei suoi dialetti, allargando la sua portata a un ampio orizzonte culturale. Con Ancora co Catulo in Cornaróta, Citton fornisce il suo apporto alla lettura e all'interpretazione di un classico e, ricreando in feltrino i significati di Ca­tullo, riporta entrambi dentro un sistema più grande, che è, appunto, l'esperienza della poesia, senza confini.

                                                                                 Laura Nascimben




Link esterni:


- TRA SOGNO E MEMORIA CON GIAN CITTON
- il panico dei pollai
- Non lasciatemi solo 
- Catullo
- devozioni ed elucubrazioni 

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